Vincenzo Gemito a Villa Pignatelli (Napoli)
13 Giugno 2009
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Settecento civile: Antonio Corradini (1668-1752)
4 Settembre 2008

Antonio Corradini (Este, 6 settembre 1668 – Napoli, 29 giugno 1752) scolpì La Pudicizia Velata a Napoli nel 1752, in onore di Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, madre di Raimondo Di Sangro. Opere di Corradini si trovano ad Este (Altare del Sacramento nel Duomo), Venezia (S.Marco Evangelista, oggi al Museo Correr), al Louvre (La donna velata), a Praga (Scrigno di S. Giovanni), a Roma (La Vestale Tuccia o La Velata di Palazzo Barberini), dove operò fino al 1744, quando si trasferì a Napoli per lavorare alla Cappella Sansevero.
Il giardino delle delizie (1739-42)
3 Settembre 2008

A Napoli, nel Complesso di Santa Chiara, il Chiostro delle Clarisse fu restaurato da Domenico Andrea Vaccaro con le maioliche dei ”Maestri riggiolari” Giuseppe e Donato Massa.
Cristo Velato (1753)
3 Settembre 2008
La redenzione dei “captivi”
29 Agosto 2008
La Chiesa di Santa Maria della Redenzione dei Captivi a Napoli venne fondata nella seconda metà del XVI secolo da un’associazione caritativa che raccoglieva fondi per il riscatto dei cristiani fatti prigionieri, “captivi”, sulle coste del Mediterraneo dai cosiddetti pirati barbareschi (in realtà erano corsari e non pirati). In un primo momento l’associazione operò nella chiesa di San Domenico Maggiore, per poi iniziare la costruzione di un nuovo edificio di culto su un suolo concesso dai Celestini del vicino tempio di San Pietro a Majella. Importante fu il rifacimento settecentesco della chiesa ad opera di Ferdinando Sanfelice. All’interno, sulla controfacciata vi sono dipinti del fiammingo Teodoro d’Errico; i dipinti degli altari laterali sono invece di Giuseppe Simonelli e Nicola Malinconico (1663-1721), due allievi di Luca Giordano. L’altare maggiore fu coinvolto nell’opera di restauro del Sanfelice e venne eseguito da Lorenzo Fontana, mentre i putti sono di Domenico Antonio Vaccaro. Sull’altare maggiore un dipinto di Giacomo Farelli, ll riscatto degli schiavi (1672), dove una Madonna con Bambino sormonta un gruppo di schiavi in attesa di un’imbarcazione che viene a riscattarli.
Il fenomeno della pirateria è sempre stato presente nel Mediterraneo da quando nel VII secolo gli Arabi si affacciarono sulle coste orientali, interrompendo un lungo periodo di relativa tranquillità. Se per diverso tempo furono in uso altre denominazioni (in particolare Saraceni), dopo l’espansione della potenza ottomana nel Cinquecento si comincia ad usare sistematicamente l’espressione pirati barbareschi, con riferimento agli Stati barbareschi dove questi avevano le loro basi.
I pirati barbareschi non si limitavano a depredare le navi, effettuavano spesso anche incursioni sulla terraferma, dove catturavano grandi quantità di schiavi. I “captivi” erano un enorme capitale sia nel caso di vendita sia in quello di riscatto, sia infine come forza lavoro a costo zero (in Marocco, il sultano Mulay Ismail si fece costruire un intero palazzo fortificato esclusivamente con il lavoro degli schiavi cristiani catturati dai pirati; e del resto la Reggia di Caserta è stata edificata con il rilevante apporto di equipaggi barbareschi catturati dalle navi della Real Marina del Regno delle Due Sicilie).

Il più conosciuto dei pirati barbareschi è Khair ad Din detto Barbarossa che nel 1510, dopo essere stato chiamato a difendere Algeri dagli Spagnoli, ne uccise il sovrano e si sostituì a lui, facendo della città una delle basi più importanti per la “guerra da corsa”.
Links:
I Borbone di Napoli e i Pirati barbareschi: un secolo di lotte
Johann Joachim Winckelmann (1717-1768)
10 Agosto 2008
Maledetti italiani: Vincenzo Gemito
16 Gennaio 2008

Vincenzo Gemito (Napoli, 1852-1929), scultore, disegnatore e orafo, fu considerato dai suoi contemporanei un genio e un folle. Nacque in una famiglia povera, figlio di un taglialegna. Il giorno dopo la sua nascita la madre lo consegnò all’orfanotrofio dell’Annunziata, dove visse per alcuni anni con altri orfani e dove gli fu assegnato il nome “Genito”, poi trasformatosi in “Gemito” nei registri della struttura.
Nel giugno del 1862 fu adottato da una famiglia che aveva di recente perso un bambino. Il padre era un artigiano e il giovane Vincenzo cominciò presto ad assaporare i confini di pittura e scultura. Iniziò la sua attività nella bottega di Emmanuele Caggiano, scultore di gusto accademico, adoperando i gessi e facendo semplici ritratti. Antiaccademico per istinto, lasciò presto il maestro per lavorare con il coetaneo Antonio Mancini e tentare la strada del verismo. Con la sua prima opera importante, Il giocatore (1888, oggi al Museo di Capodimonte), partecipò alla I Esposizione della Promotrice; negli stessi anni eseguì in creta una serie di bustini e figurette di mendicanti e popolani, proponendosi di fermare con immediatezza le metamorfosi del reale.
Anche nei ritratti seppe cogliere, seppure con minore vivacità, il carattere del personaggio: da Domenico Morelli a Giuseppe Verdi, da Mariano Fortuny a Michetti. Quest’ultimo ritratto andò al salone di Parigi del 1878, mentre al salone dell’anno successivo Il Pescatorello ottenne un successo straordinario, tanto da indurre Gemito a fermarsi a lavorare per l’Esposizione Universale. Tornato a Napoli nel 1880, vi eseguì nel 1885 una copia dal Narciso del Museo Nazionale, prova del sua continuo avvicinamento ai classici, rivissuti come esempi vitali di realismo.
Nel 1887 gli fu commissionata una statua di marmo di Carlo V, eretta all’esterno del Palazzo reale di Napoli. Il marmo era il materiale meno amato da Gemito, e il risultato del lavoro fu, per parere suo ma anche delle critiche, al di sotto delle sue capacità. Gemito soffrì un crollo mentale e si recluse in un appartamento di una stanza, oltre a trascorrere periodi di degenza in ospedale psichiatrico. Per i successivi 21 anni produsse soltanto disegni, rimanendo recluso, finché nel 1909 riprese a scolpire. Si diede a frequentare di nuovo i musei, come dimostra la sua accuratissima produzione. Questa sua fase artistica è stata, infatti, tra le più apprezzate dai critici moderni e contemporanei. Negli ultimi anni, Gemito si diede all’oreficeria in oro e argento, e tali sue opere, intricate e delicate, sono oggi molto ammirate.
Bibliografia:
Salvatore Di Giacomo, Vincenzo Gemito, Minozzi, Napoli 1905. (Ristampa, a cura di Michele Buonuomo: Il Mattino, Napoli 1988).
Alberto Savinio, Seconda vita di Gemito, in Narrate, uomini, la vostra storia, Milano, Bompiani, 1942. (Ristampato Milano, Adelphi, 1984).
Links:
Collezionismo: Samuel Bing
17 Settembre 2007
L’Art Nouveau a Parigi.
Un complesso e ricco movimento come l’Art Nouveau deriva il suo nome da quello di un negozietto parigino aperto nel 1895, l’Art Nouveau Bing, che sfoggiava pezzi lussuriosi dal design esotico. Il proprietario, Sigfrid “Samuel” Bing (1838 – 1905), era un mercante d’arte tedesco naturalizzato francese.
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http://www.hku.hk/french/dcmScreen/lang3022/lang3022_japonisme.htm



