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Da Canaletto a Tiepolo, la mostra al Palazzo Reale di Milano

Pittura veneziana del Settecento, mobili e porcellane dalla collezione Terruzzi

“La collezione Terruzzi si è formata negli ultimi cinquant’anni sull’onda di una grande passione per l’arte in tutte le sue forme ed espressioni. Quello che più colpisce visitandola è la complessità delle scelte che non si polarizzano essenzialmente su tematiche e generi particolari. Al di là infatti di taluni nuclei fondamentali – la pittura veneziana del Settecento, in primis – la raccolta si compone di un florilegio di testimonianze artistiche che spazia dalle tavole a fondo oro e dai fronti di cassone rinascimentali alle tormentate espressioni paesaggistiche di Magnasco, a quelle trionfali di Giovanni Paolo Panini, via via fino alla produzione moderna di Guttuso, De Chirico o Severini. Il nucleo pittorico si integra poi con una delle più consistenti – per qualità e quantità – raccolte di mobili sette/ottocenteschi in mano privata, la grande maggioranza dei quali di qualità assolutamente museale. Porcellane, argenti ed arazzi completano l’insieme della collezione, che nella sua globalità comprende più di 5000 pezzi.
Il volume focalizza l’attenzione su un settore particolare, su una delle grandi passioni di questi collezionisti, la pittura veneziana del Settecento. Vedute e paesaggi di Carlevarijs, Canaletto, Marieschi e Guardi, come di Marco Ricci, Richter e Cimaroli dialogano con le storie mitologiche ed eroiche del Ricci, di Pellegrini e Pittoni, come con il chiacchiericcio di Longhi o con le favolette di Jacopo Amigoni. Le ultime due sale sono un omaggio a Tiepolo, padre e figlio: di Giambattista viene esposto il ciclo realizzato per Palazzo Sandi a Venezia, di Gian Domenico parte degli affreschi provenienti da Palazzo Valmarana a Vicenza. Due cicli di superba qualità artistica: di grande forza plastica e cromatica il primo, di una sublime, asettica eleganza quasi neoclassica il secondo.
Due sezioni a parte mostrano l’altra faccia del collezionismo dei Terruzzi, la predilezione per gli arredi e le arti decorative: sono esposti alcuni dei mobili più preziosi della raccolta, come anche alcune delle più eleganti porcellane, sia occidentali, che orientali. Una campionatura numericamente contenuta, ma qualitativamente altissima che ancor più testimonia il pregevole livello di questa raccolta.”

Enrico IV, Le Vert Galant

18 Settembre 2008

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Enrico IV era chiamato Le Vert Galant perché amava vestire di verde ed era un gran donnaiolo. “Nel 1608, a cinqantaquattr’anni, era già tutto bianco, la faccia stirata, incartapecorita. Ma il suo spirito galante non disarmava. Dopo Gabriella d’Estrées, così miseramente finita, ci fu  Enrichetta d’Entragues. Dopo Enrichetta d’Entragues, da lui nominata marchesa di Verneuil, ci fu Giacomina di Bueil, promossa a contessa di Moret; e dopo di lei Carlotta des Essart, diplomata contessa a sua volta, contessa di Romorantin; ciò senza portare in computo le favorite di passaggio, e dando per sottintesa la Regina, Maria de’ Medici. Il Re Cristianissimo viveva in mezzo e tutte queste donne, ivi compresa la consorte legittima, occupandosi alacremente dei figli e figlie che ne aveva ricavato: sei legittimi, otto naturali. La sua Corte assomigliava abbastanza da vicino all’harem del Turco.” da C.E.Gadda, I Luigi di Francia

Mogli e amanti di Enrico IV 

Anonimo, Gabriella d’Estrées e una delle sue sorelle (1594).

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Pieter Paul Rubens, Maria de’ Medici

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Giambattista Tiepolo, Minerva trattiene Achille dall’uccidere Agamennone.

Web Gallery of Art

ibs.it

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Canaletto, Il Campo di Rialto.

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La facciata di Ferdinando Sanfelice

La Chiesa di Santa Maria della Redenzione dei Captivi a Napoli venne fondata nella seconda metà del XVI secolo da un’associazione caritativa che raccoglieva fondi per il riscatto dei cristiani fatti prigionieri, “captivi”, sulle coste del Mediterraneo dai cosiddetti pirati barbareschi (in realtà erano corsari e non pirati). In un primo momento l’associazione operò nella chiesa di San Domenico Maggiore, per poi iniziare la costruzione di un nuovo edificio di culto su un suolo concesso dai Celestini del vicino tempio di San Pietro a Majella. Importante fu il rifacimento settecentesco della chiesa ad opera di Ferdinando Sanfelice. All’interno, sulla controfacciata vi sono dipinti del fiammingo Teodoro d’Errico; i dipinti degli altari laterali sono invece di Giuseppe Simonelli e Nicola Malinconico (1663-1721), due allievi di Luca Giordano. L’altare maggiore fu coinvolto nell’opera di restauro del Sanfelice e venne eseguito da Lorenzo Fontana, mentre i putti sono di Domenico Antonio Vaccaro. Sull’altare maggiore un dipinto di Giacomo Farelli, ll riscatto degli schiavi (1672), dove una Madonna con Bambino sormonta un gruppo di schiavi in attesa di un’imbarcazione che viene a riscattarli.

Il fenomeno della pirateria è sempre stato presente nel Mediterraneo da quando nel VII secolo gli Arabi si affacciarono sulle coste orientali, interrompendo un lungo periodo di relativa tranquillità. Se per diverso tempo furono in uso altre denominazioni (in particolare Saraceni), dopo l’espansione della potenza ottomana nel Cinquecento si comincia ad usare sistematicamente l’espressione pirati barbareschi, con riferimento agli Stati barbareschi dove questi avevano le loro basi.

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I pirati barbareschi non si limitavano a depredare le navi, effettuavano spesso anche incursioni sulla terraferma, dove catturavano grandi quantità di schiavi. I “captivi” erano un enorme capitale sia nel caso di vendita sia in quello di riscatto, sia infine come forza lavoro a costo zero (in Marocco, il sultano Mulay Ismail si fece costruire un intero palazzo fortificato esclusivamente con il lavoro degli schiavi cristiani catturati dai pirati; e del resto la Reggia di Caserta è stata edificata con il rilevante apporto di equipaggi barbareschi catturati dalle navi della Real Marina del Regno delle Due Sicilie).

Il più conosciuto dei pirati barbareschi è Khair ad Din detto Barbarossa che nel 1510, dopo essere stato chiamato a difendere Algeri dagli Spagnoli, ne uccise il sovrano e si sostituì a lui, facendo della città una delle basi più importanti per la “guerra da corsa”.

Links:

I Borbone di Napoli e i Pirati barbareschi: un secolo di lotte

Antonietta Frapolli: una dama milanese rapita dai corsari 

Jakob Phillipp Hackert  1737-1808

(…)  Quando Phillipp Hackert giunge a Napoli nella primavera del 1782 per la prima committenza borbonica è già un pittore noto. Ha 45 anni, ha dipinto fìn dal 1764 per il re Adolfo Federico di Svezia; è stato due volte a Parigi dove ha avuto l’amicizia e la protezione del grande vedutista francese Claude Joseph Vernet (dalla cui opera Hackert aveva eseguito due copie: La tempesta e Le bagnanti), è stato a lungo a Roma, dove ha studiato all’ Accademia francese in compagnia dello scultore Sergel e del pittore Callet. E’ già stato sporadicamente nella capitale borbonica, chiamatovi da Sir Willam Hamilton, ambasciatore a Napoli di sua Maestà britannica e figura di spicco della cultura scientifica e antiquaria del tempo; e ancora, facendo sempre capo a Roma, ha girato l’Italia a lungo, spinto dalle numerose committenze di sovrani (si pensi ai sei dipinti di battaglie commissionategli da Caterina II di Russia per ricordare la vittoria navale di Cesmé del 1770 contro i Turchi) e nobili che amavano circondarsi di paesaggi italiani.

Dunque nella capitale partenopea Hackert viene presentato dall’ambasciatore di Caterina II, il conte Rasumowsky, al re Ferdinando, che gli commissiona quattro gouache: Mietitura a San Leucio, Traghetto sul Sele, Veduta di Persano e Veduta dì Caserta (conservate tutte nella Reggia), la pittura ad olio rappresentante il Porto di Castellammare (Reggia) e altre tele con episodi di caccia.

A proposito della Mietitura a San Leucio, Goethe grande amico e biografo di Hackert, ci ha lasciato un gustoso ricordo relativo alla partecipazione e all’entusiasmo del re nell’ ordinare questo dipinto. Ferdinando avrebbe dunque detto al pittore: “So bene che non è un luogo pittoresco, ma San Leucio mi è sempre piaciuto e in gioventù vi ho trascorso molti giorni; perciò mi piacerebbe vederlo raffigurato su un bel dipinto” (…) e, mentre disegnava - continua Goethe - il re sopraggiunse e si fermò a vedere. Provò un piacere così grande da ordinare che gli fossero portate sedie da cacciatore per sé e per il suo seguito; poi si sedette accanto all’artista osservando attentamente il lavoro. Mentre si rallegrava per la precisione e il gusto dimostrati in questi abbozzi, gli chiese con molta discrezione se non fosse possibile mettere in primo piano i mietitori, le donne che legavano i covoni e aggiungervi diversi giochi di ragazzi, così frequenti in campagna. Hackert rispose che l’idea era ottima e la realizzò”.

Il  secondo significativo soggiorno napoletano cade tra il gennaio e il giugno 1784. Viene incaricato di decorare una sala del padiglione di caccia del Fusaro con quattro tele verticali raffiguranti le quattro stagioni. Le te1e, rubate durante i moti del ‘99, sono andate distrutte. Ci restano i quattro splendidi bozzetti.

Nel gennaio 1785 torna a Roma, dove si ferma parecchi mesi (…). Nel settembre del 1785 i due fratelli Hackert tornano ancora a Napoli e nel 1786 vengono assunti al servizio di Ferdinando: Philipp come primo pittore e Georg come incisore.

Nel 1787 Goethe è a Napoli e va con Tischbein a trovarlo a Palazzo Francavilla. Stringono amicizia, Goethe diventa allievo di Hackert e insieme frequentano il salotto di sir William Hamilton.

Nel 1788 riceve dal re l’incarico di raffigurare i porti del Regno. La serie dei porti , composta tra il 1787 e il 1793 è conservata presso la Reggia di Caserta. Si tratta di una ventina di quadri che, oltre ai porti campani, comprendeva anche porti della Puglia, della Calabria, della Sicilia e i Faraglioni di Acitrezza del 1793.

Nel 1789 riceve la commissione di decorare il casino di Carditello. Ci restano i bozzetti (La Vendemmia e la Mietitura con personaggi della famiglia reale).

Nel 1793 decora ad encausto la sala da bagno del Belvedere di San Leucio.

Nel 1799 abbandona precipitosamente Napoli all’indomani dello scoppio della Rivoluzione. Nonostante le sue aperture verso i valori di fratellanza e di giustizia professati dalla massoneria egli, come Tischbein, fu impreparato a sostenere le violenze e la furia della plebe che lo aveva minacciato di invadergli il bell’appartamento di palazzo FrancavilIa, proprio per le sue simpatie giacobine.

di Rosanna Cioffi

 

La mostra

Il catalogo

Jakob Philipp Hackert (1737-1807) è tra i grandi protagonisti della pittura di paesaggio in Europa della seconda metà del Settecento. La mostra, a duecento anni dalla morte, intende proporre l’intera opera del pittore prussiano: dagli esordi berlinesi, al soggiorno a Parigi e in Francia, fino all’arrivo in Italia. La sua permanenza a Roma è un momento decisivo che lo mette a contatto con la contemporanea pittura di paesaggio italiana e straniera. Il suo trasferimento a Napoli come pittore di Corte di re Ferdinando IV di Borbone lo pone in una posizione di grande privilegio rispetto a tutti i contemporanei. La sua produzione continua nell’eremo di San Pietro di Careggi in Toscana, dove si rifugia, dopo la rivoluzione napoletana e la fuga del re da Napoli. L’ultima mostra su Hackert si è tenuta circa dieci anni fa, ma limitata solo all’attività italiana. La nostra esposizione vuole presentare una vasta selezione dell’intera opera articolata nelle seguenti sezioni:

- Gli esordi a Berlino 1760-1764;
- L’attività a Parigi e l’incontro con Joseph Vernet 1765-1768;
- La discesa in Italia e la residenza a Roma 1769-1786;
- Pittore di Corte a Napoli 1786-1799;
- La fuga da Napoli e l’attività in Toscana 1800-1807.

Civiltà del Settecento a Napoli

Guaches del Sette e Ottocento

“Sin dal primo incontro, avvenuto in un piovoso pomeriggio di novembre del 1786 nell’atelier della Kauffmann in via Sistina (che allora si chiamava Strada Felice), Goethe rimase incantato dalla avvenente artista tedesca. Angelica considerò la sua visita un dono del cielo. Tutto fa pensare che se ne innamorò perdutamente. L’ intesa tra i due era perfetta: mentre lei lavorava, lui ammirava la sua tecnica, le confidava le sue impressioni, le leggeva brani delle sue opere tra cui l’Ifigenia, che poi la pittrice arricchì di illustrazioni. Per i critici lei faceva poesia con il pennello, permeata com’era di letteratura e di miti classici. A 45 anni era ancora una bellezza. Straordinariamente dotata e straordinariamente modesta, buona e amabile oltre ogni dire, Angelica faceva il ritratto a re e principi d’Europa, era di moda, faceva moda; le ragazze si pettinavano come lei, alla maniera delle donne dell’antica Grecia. Una visita a casa della Kauffmann era inclusa nel programma dei tedeschi «bene» che venivano a Roma a vedere il Papa. Goethe, già universalmente celebre per il suo Werther, rifuggiva gli impegni mondani e i circoli tedeschi a Roma, unica eccezione era lei, la bella artista che lo invitava ogni domenica a pranzo a casa sua, che lo accompagnava a visitare le gallerie d’arte, che gli apriva il suo cuore. Se Goethe s’invaghiva di qualche bella fanciulla, ad esempio della giovane milanese Maddalena Riggi, Angelica, che aveva otto anni più di lui, si mostrava più che comprensiva; del resto non aveva alternative. Di certo c’è il dolore che entrambi provarono al momento del distacco, entrambi sapevano che non si sarebbero mai più rivisti. Quanto pesasse a Goethe la lontananza da Angelica lo testimonia Schiller che conobbe il poeta a Weimar nel settembre del 1788 e riferì della malinconia unita a nostalgia provata dal poeta nel parlare della pittrice. I due artisti rimasero in contatto epistolare fino alla fine del 1789, poi lei distrusse le lettere del suo eroe.” 

La Repubblica – Paola Sorge

Angelica Kauffmann: Goethe, 1787/1788