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Vincenzo Gemito (Napoli, 1852-1929), scultore, disegnatore e orafo, fu considerato dai suoi contemporanei un genio e un folle. Nacque in una famiglia povera, figlio di un taglialegna. Il giorno dopo la sua nascita la madre lo consegnò all’orfanotrofio dell’Annunziata, dove visse per alcuni anni con altri orfani e dove gli fu assegnato il nome “Genito”, poi trasformatosi in “Gemito” nei registri della struttura.
Nel giugno del 1862 fu adottato da una famiglia che aveva di recente perso un bambino. Il padre era un artigiano e il giovane Vincenzo cominciò presto ad assaporare i confini di pittura e scultura. Iniziò la sua attività nella bottega di Emmanuele Caggiano, scultore di gusto accademico, adoperando i gessi e facendo semplici ritratti. Antiaccademico per istinto, lasciò presto il maestro per lavorare con il coetaneo Antonio Mancini e tentare la strada del verismo. Con la sua prima opera importante, Il giocatore (1888, oggi al Museo di Capodimonte), partecipò alla I Esposizione della Promotrice; negli stessi anni eseguì in creta una serie di bustini e figurette di mendicanti e popolani, proponendosi di fermare con immediatezza le metamorfosi del reale.
Anche nei ritratti seppe cogliere, seppure con minore vivacità, il carattere del personaggio: da Domenico Morelli a Giuseppe Verdi, da Mariano Fortuny a Michetti. Quest’ultimo ritratto andò al salone di Parigi del 1878, mentre al salone dell’anno successivo Il Pescatorello ottenne un successo straordinario, tanto da indurre Gemito a fermarsi a lavorare per l’Esposizione Universale. Tornato a Napoli nel 1880, vi eseguì nel 1885 una copia dal Narciso del Museo Nazionale, prova del sua continuo avvicinamento ai classici, rivissuti come esempi vitali di realismo.
Nel 1887 gli fu commissionata una statua di marmo di Carlo V, eretta all’esterno del Palazzo reale di Napoli. Il marmo era il materiale meno amato da Gemito, e il risultato del lavoro fu, per parere suo ma anche delle critiche, al di sotto delle sue capacità. Gemito soffrì un crollo mentale e si recluse in un appartamento di una stanza, oltre a trascorrere periodi di degenza in ospedale psichiatrico. Per i successivi 21 anni produsse soltanto disegni, rimanendo recluso, finché nel 1909 riprese a scolpire. Si diede a frequentare di nuovo i musei, come dimostra la sua accuratissima produzione. Questa sua fase artistica è stata, infatti, tra le più apprezzate dai critici moderni e contemporanei. Negli ultimi anni, Gemito si diede all’oreficeria in oro e argento, e tali sue opere, intricate e delicate, sono oggi molto ammirate.
Bibliografia:
Salvatore Di Giacomo, Vincenzo Gemito, Minozzi, Napoli 1905. (Ristampa, a cura di Michele Buonuomo: Il Mattino, Napoli 1988).
Alberto Savinio, Seconda vita di Gemito, in Narrate, uomini, la vostra storia, Milano, Bompiani, 1942. (Ristampato Milano, Adelphi, 1984).
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